ottantadue

082 elisa castells

Non è detto che Paolo Guidotti creda a tutto quel che dicono gli studenti della quinta cat quando gli descrivono i loro studi ed i loro progetti, ma certo il professore continua ad ascoltare i giovani con più curiosità e attenzione che ogni persona. Nella vita dei professori c’è un momento, che segue all’orgoglio per gli studi fatti, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore del mare dopo la pioggia e della cenere di faggio che si raffredda nel camino; una vertigine che fa tremare i torrenti e le colline affacciate sul suo mar mediterraneo, spegne la televisione sulle notizie che ci annunciano il franare degli ideali dei giovani di sconfitta in sconfitta, e chiude le news di potenti mai sentiti nominare che implorano di diffondere la cultura in cambio di una paga misera, una sicurezza incerta e vacanze estive: è il momento disperato in cui si scopre che questa vita che ci era sembrata meravigliosa è uno sfacelo senza fine forma, che la sua corruzione è troppo radicata perché il nostro lavoro possa mettervi riparo, che la vittoria sull’ignoranza ci ha fatto eredi del suo retaggio. Solo nei resoconti degli studenti, Paolo Guidotti riusciva a discernere, attraverso i loro disegni e le loro paure destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.

liberamente tratto da “Le città invisibili” di Italo Calvino

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